Sovranità alimentare made in Italy

Autore Ercole Marcheschi

Pubblicato il 9 Aprile 2020

Italiani chiusi in casa (ora un po’ meno ma non è detto), e, comunque, anziani reclusi; poi….. Lockdown mondiale, confini regionali, confini fra Stati Europei, aerei a terra, navi in porto, distanziamento sociale: se alla ricerca di conferme, ora ne abbiamo, dobbiamo prendere definitivamente atto che globalizzazione e liberismo hanno fallito, il “Sistema globale” è in “coma” e ci aspetta un periodo di “vacche magre”.

Se ci mancavano conferme anche dall’Europa bene, le abbiamo ricevute, “ognun per sé Dio per tutti”, solidarismo zero e difesa strenua degli interessi Nazionali! Appunto, Nazionali: se non vediamo in tutto questo lo stabilirsi del Sovranismo in Europa, particolarmente nei Paesi della “Nuova Lega Anseatica”, dobbiamo ricorrere ad un bravo ottico!

Ormai i Governi non nascondono più nemmeno l’”Intenzione” come la intendo io: infatti dietro l’espressione generica di volontà si percepisce il vero significato, “l’essere nel fare”, “Alea iacta est”.

In questo quadro è bene, quindi, cominciare ad approfondire problematiche strategiche nel loro fondamentale legame con l’economia e non solo.

In un mio precedente articolo, Il “Nuovo” ritrovi la “Persona”, presente in questo blog dal 6 aprile, ho indicato, secondo la mia visione, le aree strategiche su cui si dovrebbe intervenire, differenziandone le prospettive e le modalità di intervento, ed auspicando particolarmente “una pianificazione centrale non invasiva” per l’agricoltura e lo sviluppo industriale.

L’argomento su cui invito a riflettere è “agricoltura ed alimentazione”, per i miei gusti indissolubilmente collegati.

L’alimentazione la pongo al primo posto per la sua emblematicità, riflettendo tanto sull’importanza intrinseca legata alla sopravvivenza quanto per il valore economico che può rappresentare particolarmente per il nostro splendido Paese “benedetto da Dio”.

Per il momento noi tutti non abbiamo percepito particolari problemi, i supermercati funzionano e non sono emerse particolari criticità. Anche la FAO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, non ha, per ora, sollevato particolari criticità emergenti ma in un documento pubblicato alla fine del mese scorso invita a tener alta la guardia.

Certo è che una prolungata, o una rinnovata, crisi pandemica potrebbe rendere critica l’operatività della Grande Distribuzione, i complessi sistemi di logistica alimentare collegata alla filiera agricoltori, industrie agricole, imprese dell’indotto, impianti di trasformazione, rivenditori ecc.. e su questo credo manchi la percezione da parte di molti.

Alimentazione primo fronte della paura

Le risorse alimentari sono da sempre. ma particolarmente in questi frangenti, il primo fattore critico su cui si misura efficienza ed efficacia del sistema globalizzato.

In situazione di sofferenza, come in questo frangente, la produzione locale si è scontrata subito con il limite rappresentato da una risposta sistemica visibilmente rallentata: il sistema di conferimento della produzione ai centri di raccolta, davanti al primo vero ostacolo, si è dimostrato rigido, privo di alternative, e, impotente, non ha potuto evitare il marcire di molto del frutto del lavoro agricolo destinato ai mercati ed anche materia prima dell’industria di trasformazione.

I sistemi logistici, organizzati meticolosamente, terra, mare ed aria, in sistemi intermodali sofisticati, hanno subito, di conseguenza, stravolgimenti organizzativi e notevoli aggravi economici.

La filiera italiana della pesca ha subito effetti analoghi; centrata su una rete di piccoli pescatori in grado di uscire in acqua, non riceve adeguate risposte nella fase di stoccaggio e distribuzione del pescato.

Pastori ed allevatori (conduzione familiare e poco flessibili) vanno accomunati ai pescatori ed agli agricoltori.

In pratica le strutture globalizzate della grande distribuzione hanno denunciato tutti i propri limiti per aver massimizzato i profitti ed aver sottovalutato la strategicità delle infrastrutture di filiera abbandonate per troppo tempo al mercato speculativo arricchitosi sulla pelle delle Persone.

Inoltre i governi (in mercati interconnessi) hanno fatto ben poco per proteggere le piccole aziende agricole ed i produttori alimentari, emarginati dalle multinazionali orientate al puro business, che continuano ad alimentare aberrazioni sui mercati distribuendo, per larghissima parte, approvvigionamenti stranieri e penalizzando i locali.

Ma l’aberrazione maggiore è rappresentata dai sistemi di approvvigionamento alimentare, totalmente avulsi dai sistemi produttivi, privi di organi di regolazione internazionale per cui nell’emergenza pandemia si è dimostrato che i Paesi sono pronti ad interrompere gli scambi per impegnarsi totalmente nell’approvvigionamento interno.

I pericoli di queste dinamiche sono ormai evidenti e fanno rabbrividire nella prospettiva imminente della fame e della carestia in molte aree del mondo.

Rivisitare la globalizzazione

La sovranità alimentare è, finalmente, oggetto di discussione degli addetti ai lavori ed alcuni governi, già in presenza di crisi di altra natura, hanno adottato provvedimenti legislativi mirati tesi a tutelare le popolazioni da crisi alimentari di qualsiasi natura.

Anche i consumatori hanno percepito l’importanza dell’argomento e, al di là di qualsiasi appartenenza politica o posizione etica, danno segnali di diversa sensibilità nel rapporto con l’alimentazione e con nuove scelte di consumo di prossimità: diffidenza nei confronti della globalizzazione dei sistemi di approvvigionamento?

Altro segnale da non sottovalutare, seppur più labile, l’incredibile balzo del giro di affari di vivai e commercianti collegati all’agricoltura che hanno assistito ad un revival di orti privati e coltivazioni estemporanee di frutta ed ortaggi: la paura atavica della fame?

Rivisitare l’Autarchia

Nel mio articolo sopra citato, Il “Nuovo” ritrovi la “Persona”, ipotizzando strutture post-globaliste, scrivevo:

”Il termine Autarchia meglio definisce l’area ideologica di società chiusa, ma il fenomeno e le dinamiche non possono essere paragonate a quelle della prima metà del ‘900. Alcune aree strategiche, quali il sistema monetario e finanziario, l’alimentazione, la piccola e media industria, la ricerca, possono essere articolate in territori definiti e contenuti garantendo ad esse accordi di scambio allargati.”

Riconfermo il concetto, non si tratta di sovranismo tout court, di Autarchia stile ‘900 caratterizzata da chiusure culturali e blocco delle esportazioni, la definirei meglio con il termine “Olarchia o Olocrazia” che non ha niente a che fare con Platone, concetti su cui nel breve proporrò riflessioni.

Continuando a riflettere sull’alimentazione, affermo che abbiamo bisogno di sovranità moderna, compatibile con il libero scambio, pensata, strutturata ed efficiente e che tenga in debito conto i Paesi ed i mercati pronti alla cooperazione: fondamentale è quindi il sistema Stato a supporto (non lo stato socio di matrice sovietica), lo Stato regolatore, sovrano nella legislazione, nella moneta e nella politica economica, pronto ad incentivare e disincentivare attraverso vari strumenti anche finanziari.

Nel suo breve periodo di esistenza la EU è riuscita a distruggere questi concetti liberali, preferendo quelli liberisti globalisti: la politica agricola, regolamentata per legge europea la redistribuzione (la gestione delle quote di produzione e delle risorse tra gli Stati membri), ha innescato dinamiche micidiali nei confronti degli stati del sud Europa a beneficio degli stati del nord Europa: Le risorse avrebbero dovuto essere uno strumento per rafforzare la sovranità alimentare invece si è dibattuto sulla dimensione delle vongole o sulla circonferenza delle zucchine.

“Un tale sistema, se opportunamente governato” – afferma il presidente della Confagricoltura, Massimiliano Giansanti -, “sarebbe stato in grado di creare una rete solida europea di rafforzamento dei settori primari con un’attenzione speciale al rispetto della stagionalità dei prodotti, che a sua volta incide fortemente sull’uso di fertilizzanti e pesticidi e, dunque, sulla qualità del cibo”.

L’Italia ad oggi, sottoutilizzando il territorio disponibile, primeggia in Europa, in termini di quantità e qualità.

Il genio italiano, nonostante la EU ed il dilagare della grande distribuzione, ha generato un sistema che, più o meno agevolmente, muove filiere “dai campi al carrello della spesa”, su base locale, che dà lavoro ad alcuni milioni di persone, per lo più giovani: è privo di senso e controproducente far arrivare, da migliaia di chilometri di distanza, prodotti agricoli che produciamo in casa. Aggiungo che è pure pericoloso sia per la salute dei consumatori (tecniche di coltivazione prive di controlli) sia per il dilagare del protezionismo di per sé incontrollabile nei modi e nei tempi di attuazione.

Due modelli totalmente diversi ci orientano nelle scelte.

Da una parte l’Australia, grande esportatrice di prodotti agricoli, ora in larga crisi determinata dal blocco dei voli: rischio di recessione, decine di miliardi di perdite e obbligo di rivedere la politica industriale e di investire nei settori a debito.

La Cina è modernizzata avendo investito ingenti risorse su nuove tecnologie (droni agricoli e veicoli senza pilota, catene di approvvigionamento de-umanizzate) e finanza per migliorare la sua autonomia alimentare.

Conclusioni

Le crisi internazionali sono spesso apportatrici di crisi alimentari tanto nei paesi poveri quanto in quelli avanzati, da qui la necessità di riflettere su come intervenire tempestivamente.

L’Italia vive una fase di cambiamento e necessita la ricostruzione di un tessuto deteriorato dall’odio e dal sospetto artatamente insinuati.

In questo “secondo dopoguerra globalista” con il clima sociale fortemente instabile , vanno rielaborati i valori comuni condivisi partendo dalle radici, e le radici affondano nell’ambiente che ci circonda.

Questo splendido Paese ha nella terra l’oro che altri sognano, ha nel clima, nel passato, nella cultura e nei prodotti alimentari il vero patrimonio che nessuno può toglierci.

La vocazione contadina si sta trasformando in patrimonio imprenditoriale legato all’ambiente ed alle mille diversità di cui si gode da nord a sud in egual misura.

Per queste ragioni Il turismo non “morrà” mai ed il binomio bellezza ed alimentazione determinerà il nostro futuro.

Con questi presupposti è possibile, quasi ineluttabile, affermare una corretta e ragionata sovranità, potenzialità di un paese moderno e ben organizzato che nel settore alimentare può trovare il suo motore economico principale anche di promozione turistica.

Per affrancarci definitivamente dal globalismo alimentare che ci vogliono imporre e per affermare in primis la nostra autonomia, sarebbe sufficiente investire per rendere più efficiente l’agricoltura specializzata, più moderne ed efficienti le sopra citate filiere alimentari locali, promuovendo un respiro di mercato più ampio: un sistema logistico parallelo alla grande distribuzione avrebbe anche il pregio di annullare i rischi immanenti della globalizzazione alimentare.

In seconda fase sarà possibile affrontare i mercati internazionali che, loro malgrado e per nostra fortuna, non possono godere di quanto ci è stato donato dalla natura.

Per quanto riguarda la politica, in tempi brevi, tutto ciò che nel tempo abbiamo delegato (e non è poco) all’Europa per niente solidale e solo matrigna, dovremmo ricondurlo sotto il controllo sovrano, magari in una logica federale, rivedendo tutte le concessioni fatte alla Ue in considerazione dell’appartenenza comunitaria, a partire dalla denuncia del Trattato di Lisbona che tanti effetti disastrosi ci ha causato.