Made in Italy vs. Globalizzazione    Non c’è partita, l’Italia stravince

ORGOGLIO DELLA ITALIANITA’ – Le imprese italiane nel mondo, imprese dal volto umano, a confronto con la globalizzazione che conosciamo, ultraliberista, superfinanziarizzata con l’aggravante della disumanità.

Autore Ercole Marcheschi
Pubblicato il 24 marzo 2020

L’economia mondiale sta attraversando ormai da tempo un periodo di gravissima crisi finanziaria che continua a trasferire i suoi effetti sull’economia reale. Stagnazione, recessione e deflazione sono termini che ben identificano i fenomeni socio-economici.
Bisogna assolutamente prendere atto che una crisi della durata di oltre 12 anni non è più una crisi ma una situazione endemica, patologica, a cui bisogna cominciare a porre rimedio con nuove strategie, innovando non solo tecnologicamente.
Nell’area Euro, in forza di tale situazione, il ritmo di crescita dell’economia continua ad essere sostanzialmente statico e gli stimoli finanziari non hanno certo dato i risultati sperati.
L’irrompere del Coronavirus ha reso dirompente lo stato di crisi ed il mondo industriale occidentale fra poco si dovrà confrontare con una situazione “post-bellica” planetaria certamente non prevedibile solo 2 mesi fa.
Se prima pensavamo di avere del tempo a disposizione per strutturare un piano di lungo termine, oggi, tutti da casa, ci rendiamo conto che non solo non abbiamo tempo ma anche che le “certezze” europee, sulle quali qualcuno si cullava, hanno dimostrato tutta la loro fragilità, prima di tutto politica, Una fuga generalizzata dai problemi che dovevano accomunare ed una corsa all’accaparramento delle risorse da parte degli Stati non lasciano speranze né di solidarismo né di coordinamento degli interventi che non siano a beneficio dei paesi del nord Europa, cosiddetti forti (e quanto lo siano lo staremo a vedere).
Intanto la BCE ha salvato la Germania senza se e senza ma, le altre nazioni si dividono fra quelle che hanno forza contrattuale e quelle deboli o debolissime che dovranno sottostare ai dictat che arriveranno dalla UE.
Per l’Italia non nutrirei soverchie speranze se non proposte di “cappi al collo”, troppi interessi sono contrastanti e in troppi vedono l’Italia come terreno di conquista e di profitti diretti ed indiretti.

L’immagine dell’Italia nel mondo
Google, alla ricerca “globalizzazione”, restituisce oltre 100 milioni di risposte e citazioni; di contro la ricerca “made in Italy” decuplica i risultati restituendo una incredibile varietà e qualità di risposte, oltre un miliardo di informazioni, da disorientare qualsiasi ricercatore che non abbia idee chiare su come finalizzare la ricerca.
Nell’immaginario collettivo planetario, nella consapevolezza delle Persone, l’Italia è percepita come uno straordinario Paese, i suoi prodotti ricevono una straordinaria attenzione, le sue Imprese sono considerate solide e ben organizzate e lo scambio internazionale di prodotti e servizi vede i prodotti italiani contribuire in maniera significativa all’innalzamento della qualità produttiva mondiale.
In realtà l’Italia esprime il meglio di sé essendo un Paese diverso dagli altri, fatto da una miriade di tante articolate realtà imprenditoriali e di persone preparate che nel lavoro, sui territori, nei consessi sociali e culturali, esprimono una forza competitiva che va ben oltre il fatuo dibattito sulla efficienza delle imprese e sulla necessità di una maggiore crescita della produttività nazionale, magari fondata sulla de-umanizzazione della forza lavoro.
Il Made in Italy è altro, il Made in Italy esprime una energia ineguagliabile fondata sulla diversità, il contrario di ciò che esprime la globalizzazione liberista (che grazie a Dio non è riuscita ad uniformare tutto): il Made in Italy è in grado di valorizzare le specializzazioni e la capacità creativa ed innovativa del nostro Paese.
A supportare le mie affermazioni ci sono dati. Siamo tra i primi cinque paesi al mondo con un surplus manifatturiero di oltre 100 miliardi di dollari, una posizione e valori confermati negli anni, il che dimostra una solidità ed una stabilità ormai acquisite: in Europa ci confermiamo esportatori primari, affiancando la Germania nei ritmi di crescita del tutto analoghi.
I nostri prodotti godono di leadership mondiale per saldo commerciale con l’estero con 905 prodotti su 5200 censiti a livello internazionale.
Le nostre “Imprese diffuse” esportano una quantità rilevante di prodotti rispetto a chiunque altro ed i nostri distretti produttivi hanno un margine di crescita significativo, sia per quanto attiene il mercato interno che quello di esportazione. La Germania ci sopravanza in Europa, siamo al secondo posto in valori assoluti ma siamo al primo posto per quantità di piccole e micro Imprese che esportano, ben 195.000 aziende.
Rilevante è il dato che le nostre Imprese, comprese nella fascia tra 10 e 50 occupati, sono circa 35.000, senza pari in nessun altro Paese, compresi Stati Uniti e Germania.
Questa diffusione di imprenditoria, lavoro e ricchezza ha costituito un formidabile bastione di difesa: le PMI italiane, che rappresentano il 90% del totale delle Imprese operanti sul territorio, grazie alla grande flessibilità organizzativa, hanno costituito un baluardo fondamentale nella tenuta del tessuto socio-economico-imprenditoriale avendo complessivamente assorbito, con i propri mezzi, gli effetti finanziari e di mercato determinati dalle crisi.

Green Economy
Ma non finisce qui in termini di eccellenze!
Il nostro patrimonio culturale è straordinario: viviamo circondati da storia, scienza, cultura e bellezza, l’Unesco ci riconosce come primo paese al mondo per siti culturali.
Primeggiamo anche in campo ambientale, dove il rispetto dell’ambiente si trasforma in opportunità anche nel campo imprenditoriale. Negli ultimi anni 350 mila imprese italiane hanno investito significativamente sulla green economy e siamo tra i primi in Europa per eco-sostenibilità in agricoltura, di gran lunga prima di Francia, Spagna e Germania, con una leadership nel campo dell’economia circolare, in Europa secondi solo al Regno Unito per utilizzo efficiente delle materie prime.
Nel mio libro, pubblicato lo scorso aprile 2019 (il 7 e l’era dell’aquario – Imprenditoria e Management del Nuovo Millennio – Morphema Editrice) ho a lungo argomentato sul ruolo della libera impresa e su modalità innovative di Imprenditoria e management incentrate sulla valorizzazione della Persona, sulla evoluzione delle capacità relazionali, su comunicazione e marketing in chiave etica e sullo sviluppo di capacità intellettive e di ottica centrata sulla innovazione.
La green economy è un incredibile ponte tra innovazione e responsabilità sociale di impresa: agli investimenti nella sostenibilità ambientale vanno assolutamente affiancate le tecnologie digitali che si associano ad un uso strategico di dati ed informazioni (es. big data and analytics, ecc.), tecnologie che richiedono una continua ricerca ed un orientamento emotivo ad innovare: chi meglio di noi Italiani, magari quelli che per correre dietro al proprio talento hanno scelto la strada della emigrazione, della ricerca ed innovazione all’estero (centinaia di migliaia).
La green economy è anche altro, è una forte spinta verso lo stimolo della volontà dell’impresa di adottare comportamenti socialmente responsabili, contribuendo alla coesione sociale dei territori: essere più attenti agli aspetti sociali ed ambientali migliora le performance dell’Impresa nel suo complesso!

Ricerca e sviluppo
Proviamo a smentire un altro luogo comune legato alla Ricerca e Sviluppo, sempre descritti come retrogradi e sottosviluppati, particolarmente da chi rappresenta interessi liberisti collegati strettamente alla globalizzazione. Diversi settori del Made in Italy, moda ed arredo in primis, sono trainanti: con quasi 700 milioni di investimenti nell’ultimo anno siamo al primo posto, con un trend in crescita a partire dal 2013. Nella meccanica siamo secondi solo alla Germania!
Oltre 6 milioni di imprese italiane, prime in Europa, innovano, lavorano e si affidano alla innovazione.
Ma le nostre potenzialità sono lontane dall’essere completamente espresse ed il nostro PIL potrebbe ricevere una spinta decisiva verso l’alto: in una fase in cui sarà ancora la componente estera a trainare lo sviluppo, oltre 46 mila imprese detengono potenzialità esportatrici, imprese che, adeguatamente accompagnate, darebbero un impulso all’export di quasi 26 miliardi, circa il 6 per cento di quello attuale.

Impresa Futura
Ancora una volta la diversità può essere, e sarà, vincente: abbiamo la capacità innata di far coesistere positivamente imprese, fattori territoriali e sociali attraverso lo sviluppo sempre più forte di un sistema di relazioni: autorevoli Istituzioni hanno chiamato questa tipologia “imprese coesive”, personalmente le ho inquadrato in logiche e dinamiche sistemiche denominandole “Connessioni Imprenditoriali” (il 7 e l’era dell’aquario – Imprenditoria e Management del Nuovo Millennio – Morphema Editrice).
Questa tipologia di imprese trova la sua prospettiva nel costruire ed alimentare legami produttivi e sociali nelle comunità socio-economiche, socio-tecniche e socio-culturali, facendo “Connessione” a livello locale per proporsi a livello globale, alimentando l’allargamento ed il potenziamento delle “Connessioni” e manifestando anche una maggiore capacità creativa nei prodotti, nelle soluzioni di business, nel marketing e nella comunicazione.

Post-corona come opportunità
L’Italia, lo sappiamo soffre di diseconomie (infrastrutture, e burocrazia in primo luogo) che finiscono per pesare sulla produttività complessiva del sistema e ne spiegano in buona parte la difficoltà a competere: partiamo da questa consapevolezza smettendo di piangerci addosso.
Forse questa triste esperienza del virus ci suggerisce, tra l’altro, che dobbiamo prendere in mano il nostro futuro e smettere di sperare che qualcuno, (l’Europa?) ci aiuti.
Non abbiamo bisogno di elemosina, abbiamo tutte le risorse, anche finanziarie, per uscire alla grande da questa situazione ed il quadro delle variabili su cui lavorare lo abbiamo chiaro.
Dobbiamo consapevolizzare che ancora oggi, e nonostante tanti detrattori, il modo di fare impresa italiana nel mondo, basato su di un mix di fattori territoriali, umani e globali, rappresenta un modello di successo inimitabile, una forma di “globalizzazione inclusiva” con un volto conosciuto, gradevole ed … umano contro quello delle multinazionali mondiali senza territorio, senza identità, senza cultura, senza etica (se non quella del denaro), senza una appartenenza e soprattutto… senza un volto! Di costoro non abbiamo nulla da invidiare!
Riprendiamoci la nostra vita scegliendo, con libere elezioni, la classe dirigente a cui affidare la ricostruzione politica ed economica!