Il “Nuovo” ritrovi la “Persona”!

Pubblicato il  06 Aprile 2020

Autore Ercole Marcheschi

Niente sarà più come prima!

Questa frase è nel pensiero e nelle parole di tanti.

Apprensione, paure, incertezze traspaiono dai dialoghi veicolati particolarmente dai sistemi tecnologici di comunicazione perché quello che amiamo di più, il comunicare diretto, interpersonale, multisistemico…… naturale, al momento non ci è consentito se non nelle strette mura familiari.

Naturalmente ne sono convinto anche io, ma questa è una verità assoluta, quantica, non un effetto pandemico, tutto è sempre in movimento solo che stavolta ci si impongono riflessioni esistenziali!

Proviamo a compiere uno sforzo, riflettiamo, abbiamo il tempo finalmente a nostra disposizione, una conquista inaspettata, una sorpresa!

La comunicazione, nella più vasta accezione, forse per la prima volta nella storia dell’Umanità che ci è stata tramandata, ci rappresenta continuamente, in tempo reale, una inimmaginabile crisi planetaria, la destabilizzazione di ogni equilibrio (presunto tale): se la pandemia non verrà arrestata in tempi molto brevi, maggio, un ritorno all’ordine mondiale con cui da tempo “obtorto collo” conviviamo, sarà impossibile e la dinamica muoverà verso l’irreversibilità.

L’inondazione di finanza che l’occidente (e non solo) sta attuando è un sintomo concreto di quanto questa eventualità sia temuta dall’establishment e di quanto il tempo sia una variabile dipendente rispetto ai futuri accadimenti.

La storia, i sacri testi delle culture antiche, ci raccontano, spesso con dovizia di particolari più o meno criptati, accadimenti, catastrofi planetarie, guerre e pandemie: l’Umanità è qui ancora a dibattere argomenti antichi seppur con contorni diversi: la logica, la razionalità, unite alla percezione ed alla intuizione, ci consigliano di affrontare la situazione, il futuro, con l’opportuna apertura mentale, senza pregiudizi e preconcetti, un atteggiamento che ci porti a prevedere gli scenari ed i passaggi  che più probabilmente, per primi, potrebbero verificarsi.

Non ho pretese profetiche ma credo che chi ha raggiunto un certo grado di comprensione del Mondo debba assumersi l’onere e la responsabilità della “visione”, avulsa da riferimenti politici ormai obsoleti, come contributo di conoscenza e consapevolezza.

Cominciamo col prendere atto che la globalizzazione ed il liberismo, come la conosciamo, sono alle corde e non c’è prospettiva che possa essere riesumata per salvarli.

La crisi era visibile prima del coronavirus, il cui irrompere ha demolito, secondo me definitivamente, tutto quanto era stato messo a fondamento della teoria: Le frontiere aperte sono state chiuse (anche esotericamente), la solidarietà fra nazioni, comunità, si è persa nel “si salvi chi può”, i capisaldi economici e finanziari internazionali stanno crollando assistiti da élite incompetenti, senza anima, solo serventi.

Ma soprattutto è fallita l’ideologia a fondamento, il liberismo, così come hanno mostrato i loro limiti le infrastrutture, le reti globali, per non ribadire poi il fallimento delle inconsistenti élite che pretendevano, rassicurandoci in tutte le forme, di guidarci in sicurezza nel “mare calmo della sera”.

Gli ultimi 20 anni del secolo passato hanno fotografato la fine dell’ideologia comunista, le macerie di quel sistema sociale ed economico e l’egemonizzazione planetaria degli Usa dopo la guerra fredda ed il bipolarismo.

Gli Usa hanno vinto quella battaglia, hanno affermato l’unipolarismo, e gli sconfitti, anziché elaborare una nuova unicità hanno scelto la strada più facile dell’uniformazione degradando l’ideologia marxista al servizio di un ordine mondiale più che capitalistico fino al midollo.

E’ durata poco, proprio nel momento in cui tutto sembrava volgere a favore del liberalismo finanziario e speculativo anche l’”ordine” unipolare ha fatto il suo tempo ed i maggiori protagonisti mondiali, a partire da Cina e Russia, ne sono ormai consapevoli, addirittura lo erano prima ancora della pandemia.

Per i vari multimiliardari al potere mondiale il problema è molto complesso, al bivio tra lo sgretolamento definitivo ed irrecuperabile ed un “ignoto”, privo di modelli di riferimento, da consegnare ad una dirigenza operativa obsoleta, che, oltre ad aver dimostrato la propria incapacità, è priva di intellettuali “visionari”.

Quasi sicuramente questi magnati al potere, ormai anche avanti negli anni, con ogni mezzo, senza alcuno scrupolo e nonostante l’evidente collasso della enorme infrastruttura di potere mondiale creata, tenterà ancora di solcare Il mare, burrascoso, della creatura “liberismo e globalismo”, nella vana speranza di allontanarsi dal precipizio e di non vedere dissolti i propri ingenti mezzi patrimoniali e finanziari.

Dovrà però fare i conti disponendo di un suo esercito molto ridimensionato, le defezioni si faranno sentire e molte delle strutture dislocate nei vari paesi si dissolveranno come neve al sole, sopraffatte dal nuovo che avanza: in questo scenario non è escluso che, nel breve, conosceremo nuove dinamiche e nuove armi volte a selezionare le sopravvivenze.

Lo scenario, presumibilmente, vedrà opposti questa élite molto ridimensionata di globalisti con una moltitudine di nuovi protagonisti, già visibili ovunque, dislocati in tutto il pianeta, agguerriti perché feriti e motivati dal lottare per la propria identità, per la sopravvivenza delle proprie famiglie, dei propri popoli e delle nazioni.

E’ estremamente azzardato immaginare uno scontro così tanto articolato, lo è meno immaginare scenari politico-economici del fronte post-globalista.

Qualche sintetica riflessione.

Per certi versi è un tornare indietro ma anche il “ritorno al futuro”, un affermare con forza identità, cultura, libertà ed etica, fortemente messe in discussione dalla, fino a ieri, cultura dominante del liberismo, del politicamente corretto e della superiorità etica di politici ed intellettuali di parte che hanno strumentalmente cosparso odio e denigrazione.

Il tornare indietro sarà caratterizzato, in prima istanza, dalla chiusura definitiva dei confini territoriali secondo la situazione geopolitica oggi consolidata (Schengen, ormai defunto, lo dimostra).

Vedremo l’assurgere della Sovranità a valore idealizzato ed il bene del popolo come fine primario da perseguire, da affidare ad un potere legittimato dalla capacità di agire efficacemente.

La discriminante, per il nuovo potere, sarà il numero di persone che riuscirà a salvare da questa ed altre pandemie e guerre non convenzionali, mute ma in atto. Dovrà poi far seguito l’organizzazione politica e statuale che sappia affrontare le problematiche diplomatiche e strategiche di governo e di difesa degli interessi di aree geografiche e comunità socio-economiche chiuse.

Il termine autarchia meglio definisce l’area ideologica di società chiusa, ma il fenomeno e le dinamiche non possono essere paragonate a quelle della prima metà del ‘900. Alcune aree strategiche, quali il sistema monetario e finanziario, l’alimentazione, la piccola e media industria, la ricerca, possono essere articolate in territori definiti e contenuti garantendo ad esse accordi di scambio allargati; diverso, ad esempio, è il potenziale militare che non può non riferirsi a sistemi più allargati in termini di cooperazione, ricerca ed intelligence.

Nella fase pandemica che stiamo vivendo (ammettendo che non ci sia altro in arrivo) l’approccio sarà tattico ma diverrà strategico nella fase successiva, nella fase di riorganizzazione statuale che dovranno affrontare tutti i Paesi.

Per quanto riguarda noi italiani, ad esempio, in tempi brevi tutto ciò che nel tempo abbiamo delegato all’Europa, e non è poco, dovremmo ricondurlo sotto il controllo di sistemi di gestione statuale, rivedendo tutte le concessioni fatte alla Ue in considerazione dell’appartenenza comunitaria, a partire dal Trattato di Lisbona.

Per sintetizzare ogni Stato dovrebbe organizzare una sorta di autosufficienza nel welfare, nell’area alimentare, nell’economia e nell’industria e la politica sarebbe chiamata a traguardare particolarmente la fase estera, assurta ad area strategica e non tattica.

Diventerebbe fondamentale costituire riferimenti primari strategici tra paesi identitariamente e culturalmente omogenei, un numero di alleati geopoliticamente significativi dal punto di vista difensivo prima che offensivo. Altrettanto dicasi per gli accordi economici e finanziari che dovrebbero organizzarsi prima nei mercati contigui e poi in quelli più lontani.

Questo stato di cose, questa visione geopolitica, impone grande attenzione, lungimiranza e cura, da subito, nella costruzione di nuovi e più efficaci modelli di integrazione a depotenziamento aprioristico delle aree contigue che potrebbero rappresentare pericolo per la sicurezza.

Il riferimento, esempio interessato, riguarda il Mediterraneo su cui il nostro paese, in un ipotetico siffatto scenario, dovrebbe alacremente impegnarsi a costituire un polo primario, viste le distanze “siderali” attualmente esistenti con i paesi del nord Europa, della cosiddetta Nuova Lega Anseatica, in termini sia di interessi pratici che di cultura e di valori: cambierebbe completamente per noi l’ottica, i punti di vista ed il ruolo da ricoprire.

Il riferimento alla Lega Anseatica mi evidenzia già l’insorgere di questo nuovo scenario: le disomogeneità tra nord Europa ed Europa Mediterranea sono più che palesi e divisive. Alti esempi nel pianeta sono facilmente evidenziabili.

Questo che si presenterebbe sarebbe un modello geopolitico multipolare con centri gravitazionali primari ed attrattivi rispetto a centri minori, per i quali sarebbe vitale protezione e cooperazione: un ritorno agli Imperialismi? E’ da escludere completamente, sarebbe anacronistico e micidiale!

In un modello così strutturato dovrebbero essere ridisegnate localmente le clausole politiche ed esistenziali, di convivenza, che regolino il funzionamento delle dinamiche interne fortemente relazionate con quelle esterne.

Si imporrebbe rivedere i patti nazionali nel loro insieme, occorrerebbe riarticolare le nuove “libertà”, i doveri, i diritti, i valori etici e morali: una nuova costituzione, una fase costituzionale che potrebbe essere preziosa per il ritrovarsi dei popoli.

Si imporrebbero all’attenzione pubblica nuove o rinnovate ideologie assolutamente incompatibili con il liberismo ed il globalismo.

Lo statalismo conosciuto subito dopo la prima guerra mondiale e che si è poi protratto nel tempo, ritroverebbe la ragion d’essere, seppur in un quadro di riferimento completamente mutato, fatto di connessioni complesse e rivolto a popolazioni più mature.

Lo Stato dovrebbe riappropriarsi della piena sovranità monetaria ancorandola alla economia reale, ma dovrebbe anche riappropriarsi della gestione delle aree sociali ed economiche strategiche per la sopravvivenza ed il benessere della popolazione: Welfare (salute e previdenza), infrastrutture (reti stradali, ferroviarie, telecomunicazioni, tecnologie, infrastrutture scientifiche strategiche) oltre, naturalmente, al settore militare non certo da sottovalutare, strutturabile in ottica di polo primario.

Agricoltura e sviluppo industriale verrebbero governate attraverso una pianificazione centrale non invasiva, dovendo lo Stato garantire il soddisfacimento dei bisogni alimentari della popolazione e la corretta ed equilibrata competizione con altri Stati Sovrani nel rispetto dell’indipendenza e dell’autonomia industriale.

Questo scenario contemplerebbe l’insorgere e l’imporsi di nuove élite completamente disomogenee rispetto a quelle che conosciamo, una nuova (non rinnovata) classe politica di cui si vedono molti embrioni in giro per il mondo.

Scenari all’orizzonte

Una breve riflessione la voglio proporre rispetto alla complessa fase di passaggio da un modello ad un altro, come si legano l’attuale ed il futuro, ipotetico, scenario.

Gli Stati Uniti di Trump hanno dato chiari segnali: non possiamo non cogliere i prodromi del cambiamento innescatosi (programma di Donald Trump), non possiamo non costatare gli effetti che la spinta antiglobalista ha già procurato, non possiamo sottovalutare o non valutare correttamente la feroce battaglia interna fra globalisti e liberisti rappresentati dal Partito Democratico e sovranisti rappresentati dal Partito Repubblicano appoggiato da parte del “deep state”. La lotta alla pandemia per come è stata impostata in USA sarà, a breve, un elemento chiarificatore, gli equilibri si scomporranno velocemente e dovranno ricomporsi.

Gli accordi di Aquisgrana fra Francia e Germania, appena rinsaldati a discapito dell’Italia (basta farci prendere in giro), ma ancor più l’evidenziarsi della Nuova Lega Anseatica e del suo imporsi in Europa, sono un chiaro segnale che un polo primario è ormai pronto in Europa e che i paesi mediterranei sono di fatto esclusi e comunque il valore cui loro viene attribuito è praticamente nullo.

La Cina è un polo a sé stante. Dopo aver ampiamente beneficiato della globalizzazione, è costretta, come ho già avuto modo di esporre e scrivere, a dare priorità alla situazione interna per colmare l’enorme gap esistente tra le aree costiere, particolarmente sviluppate, e le aree rurali e montagnose dove si vive una povertà assoluta, in uno stato di polizia e di schiavitù insostenibile anche per un paese con uno Stato rigidamente centralizzato e con una pronunciata verticale del potere.

Il mondo Islamico con Iran, Pakistan ed anche Turchia che aspirano a monopolizzarlo è un possibile polo primario.

L’India ha dimensioni sufficienti per costituirsi polo primario e sta lavorando, da tempo, per darsi una comune identità.

La Russia di Putin, nel post URSS, è ancora una incognita: il fatto di aver perseguito il globalismo, sta ritardando la reale comprensione dei cambiamenti in atto.

Lo sconcerto valoriale, determinato dalla sconfitta ideologica nello scontro bipolare ormai nella storia, ha fatto perdere al paese qualsiasi riferimento ideologico e di fatto ha facilitato il percorso, più immediato, più facile, “poco” identitario e molto elitario, dell’abbraccio mortale del liberismo che ha caratterizzato tutto il mondo post-comunista.

In questo senso il “contagio” è stato micidiale ed abbiamo assistito ad una dinamica di assuefazione acritica a tutti i vizi del capitalismo finanziario e speculativo.

Il risultato è che, nonostante Putin abbia cercato di affermare sovranità ed identità su basi storiche e religiose, nonostante la tradizione di autarchia e di indipendenza ideologica e politica, nonostante la Russia sia una seria potenza militare, nonostante……, l’élite Russa è priva di visione, del tutto incompetente e non è in grado di guidare i cambiamenti che si impongono.

Devo altresì notare che questa caratteristica è comune a molti altri paesi dove non si è mai pensato di elaborare un piano B a seguito di un Cigno Nero, paesi che si sono calati, senza se e senza ma, nei dogmi, inconfutabili ed assoluti, del pensiero unico, del buonismo, del politicamente corretto, nella denigrazione dell’avversario-nemico e nella arrogante convinzione della superiorità Etica.

 

http://www.veja.it/2013/11/30/trattato-lisbona-dittatura-extra-europea-2/

http://temi.repubblica.it/micromega-online/un-quarto-di-secolo-con-maastricht-liberiamocene-o-sara-fascismo/